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1. Non ci sarà equità nel XXI° secolo senza ecologia
Esiste un legame stretto tra la stessa rivoluzione industriale e la terra. Contrariamente a ciò che si potrebbe immaginare, che la rivoluzione industriale ci ha
emancipati dal rapporto fondamentale con la terra. Infatti, nel momento della crescita fordista dell’economia, il principale ostacolo al progresso fu la mancanza di terra. L’Inghilterra fu il
campione della rivoluzione industriale perché riuscì ad espandersi:
- orizzontalmente attraverso le conquiste coloniali che permettevano il rifornimento in viveri,
- e in profondità attraverso lo sfruttamento intensivo delle viscere della terra, del carbone come combustibile.
Infatti, se ci pensiamo, le riserve di combustibili fossili sulle quali si fonda il sistema industriale, altro non sono che terra fossile nelle viscere della
Terra.
Oggi queste 2 condizioni vengono a mancare. Eppure l’immaginario della “crescita” che pretendiamo di profetizzare è un immaginario tipicamente occidentale e
vincolato a questo paradigma. Ci troviamo quindi di fronte ad un “dilemma storico”.
Vorrei portare l’esempio della “sindrome cinese” per chiarire il mio proposito. La Cina ha senza alcun dubbio un’economia di grandissimo successo. E questo successo
va letto in termini di PIL, ma anche come superamento della povertà, quantomeno per quanto riguarda la definizione della povertà della Banca Mondiale. Questo successo è importante più che altro
per i suoi risvolti simbolici e psicologici, in quanto lo sviluppo della Cina non significa soltanto un maggior comfort e una maggiore ricchezza ma anche e soprattutto il riconoscimento ed il
rispetto della Cina al livello internazionale. Significa uscire da uno stato di umiliazione. Quindi la Cina è stata brava. È senza dubbio tra i poteri mondiali, oggi.
Tuttavia, stanno tutti tremando, e forse questa ascesa condanna il pianeta alla morte (diciamo soltanto che se tutti i cinesi iniziassero ad usare la carta
igienica, non ci sarebbero più foreste nell’intero pianeta). Infatti i nodi ambientali vengono sempre di più al pettine anche nella Cina stessa. La Cina è come un aspirapolvere, compra ovunque
petrolio, rame e risorse rare. Il genocidio in Sudan non subisce nessun contrasto per via della sete di petrolio della Cina, che compra ½ della loro produzione e non vuole inimicarsi il governo
del Sudan. Questo determina il silenzio del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
Il dilemma, quindi, è il seguente:
- i paesi del Sud devono rimanere poveri
- oppure uscire dalla povertà e dall’umiliazione, ma uccidendo il pianeta?
La risposta è che mantenere lo sviluppo dei modelli di produzione e consumo tradizionali, dei modelli di benessere tradizionali ci porterà al collasso. NON E’
POSSIBILE democratizzare QUESTO sistema, il sistema dell’agroindustria, la società dell’automobile ecc.
Quindi se non vogliamo andare verso un “apartheid globale”, ma desideriamo una maggiore equità e democrazia, dobbiamo PER FORZA occuparci di riformare i modelli di
consumo.
Per dirla diversamente, se vogliamo lo spreco di risorse, vogliamo anche l’apartheid.
Se vogliamo un mondo in cui tutti possano partecipare a diverse forme di benessere, dobbiamo lavorare su un’economia di “sufficienza”. Su modelli di produzione e
consumo più “leggeri”, sufficienti su un livello minore di consumo. Non ci sarà equità nel XXI° secolo senza ecologia.
E’ giunto il momento di tirare l’ambientalismo fuori dall’amore per la natura. È una “pietra angolare” per garantire la convivenza degli uomini nel mondo.
Democrazia, equità, dignità, vanno di pari passo con l’ecologia. Il contributo più importante che si possa dare alla giustizia nel mondo è “lavorare a casa”, riformare la propria
economia, liberandola da queste condizioni consumistiche. Lavorare sulle forme di insediamento, di mobilità, lavorare per vivere bene con sempre meno uso di energie, materiale, suolo,
ecc.
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2. Il commercio internazionale nel settore agricolo: come ripensare i rapporti Nord-Sud
Di recente, abbiamo creato un gruppo di lavoro internazionale per elaborare proposte per un ordinamento alternativo del commercio internazionale nel settore
agricolo. Il gruppo riuniva esponenti delle organizzazioni di piccoli produttori di 12 paesi diversi. Il dibattito ha visto emergere 2 anime diverse, 2 posizioni che si contrapponevano:
- la prima rivendicava per i paesi del Sud un diritto ad esportare pari a quello dei
paesi del Nord, l’abbattimento delle barriere doganali, dato che le regole sono inique, permettono che questi paesi vengano invasi da nostre produzioni a basso costo per poi imporre dazi sulle
loro esportazioni.
- la seconda auspicava una prospettiva di sviluppo fondata su una relativa indipendenza dalle esportazioni
Il senso di questa seconda posizione non era un principio di autarchia, bensì un’attenzione sul “come” esportare: cosa esportare, come viene prodotto, chi ne trae beneficio, se sono i piccoli
produttori, ecc… Ed insisteva sulla necessità di non avere una eccessiva dipendenza dalle esportazioni per essere meno vulnerabili alle fluttuazioni del mercato mondiale, si trattava di definire
delle “esportazioni sostenibili”. È stato preso l’esempio del Senegal, 2° esportatore di pomodori, dove il beneficio però va a 3 sole famiglie. Rimane quindi nelle tasche dei signori,
dello stato e delle mafie, ed i terreni fertili vengono usati per il consumo dei ricchi, aumentando semmai la pauperizzazione generale. I senegalesi spiegavano che questa forma di esportazione
non gli conveniva, anzi.
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3. Il concetto di potere va rivalutato sul piano individuale e collettivo
Vorrei riportare l’attenzione sul concetto stesso di potere: il nostro potere, il potere di ciascuno di noi:
- di non dover fare il bucato a mano
- di rinfrescarci con l’aria condizionata
- di usare l’automobile per arrivare prima
Abbiamo esteso tramite il “progresso” le forze del nostro organismo oltre il loro limite fisiologico. Ad oggi questo è “scontato”, e siamo attaccati,
anche emotivamente, a certe abitudini: quello che ci fa piacere spesso si fonda su questo potere. Michel Foucault ci racconta di un potere che è anche creatività, un potere che non
solo opprime, ma affascina, crea…
Nel pensare il potere, siamo ostacolati dalla stessa cultura “socialista” che cerca un “oggetto”, un conflitto emblematico, mentre la questione si pone in termini
“caotici”, senza un’arena privilegiata…
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4. I semi del cambiamento crescono all’ombra e nelle minoranze
Quando uscì lo scandalo della mucca pazza in Germania, il primo ministro parlò pubblicamente della necessità di passare ad un’Agricoltura Ecologica. Fu
stupefacente sentire una tale dichiarazione. Ma quello che voglio sottolineare è che… se non ci fossero stati gli scemi che per anni sono stati presi in giro perché coltivavano
un’opzione differente, a lungo minoritaria, Shroeder non avrebbe potuto fare una tale proposta.
Infatti, i semi del cambiamento possono crescere ovunque, anche senza essere riconosciuti. Le opzioni maturano in minoranza. Ed il cambiamento è il frutto di
un’interazione tra crisi esterne e potenzialità interne.
Perciò cosa possiamo fare? Possiamo solo pensare a promuovere le potenzialità interne.